Le Infezioni Sessualmente Trasmesse

Le Infezioni Sessualmente Trasmesse: conoscerle per evitarle

Momò Genetics Centro analisi
Bisceglie - mercoledì 03 gennaio 2018
Le Infezioni Sessualmente Trasmesse
Le Infezioni Sessualmente Trasmesse © n.c.

Un milione di nuovi casi al giorno in tutto il mondo. 357 milioni di infezioni all’anno causate da soli quattro patogeni. Un numero di casi che, in Italia, ha subito un incremento del 31% nell’ultimo decennio.

Parliamo delle malattie veneree, o meglio di quelle che oggi sono definite Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST). Le IST costituiscono un vasto gruppo di malattie infettive trasmesse prevalentemente per contatto sessuale, ma anche attraverso sangue infetto o per passaggio diretto dalla madre al feto.
Rappresentano un problema sanitario di grande rilevanza: sono responsabili infatti di quadri patologici acuti, cronici o di gravi complicanze a lungo termine, e come tali assorbono ingenti risorse economiche per la cura dei pazienti.
Secondo quanto riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si conoscono più di trenta patogeni responsabili di queste infezioni, suddivisi tra batteri, virus, miceti ed ectoparassiti.
In questo primo articolo approfondiremo due importanti classi di batteri implicate nell’insorgenza delle Infezioni Sessualmente Trasmesse: i micoplasmi e la Chlamydia.

Micoplasmi

Con un diametro di 0,2-0,3 µm, i micoplasmi sono i batteri più piccoli esistenti in natura. Peculiarità che li distingue dagli altri batteri è l’assenza di parete cellulare; in virtù di tale caratteristica essi sono insensibili agli antibiotici che inibiscono la sintesi della parete cellulare (come la penicillina e le cefalosporine), risultando invece sensibili agli antibiotici che agiscono sulla replicazione del DNA e sulla sintesi proteica. Possiedono una membrana flessibile che consente loro di assumere diverse forme, rendendone spesso difficile l’identificazione al microscopio.

I micoplasmi si trasmettono generalmente attraverso i rapporti sessuali non protetti. Tra le numerose specie note, quelle appartenenti ai generi Mycoplasma hominis e Ureaplasma urealyticum sono i principali responsabili di affezioni dell’apparato genito-urinario sia nell’uomo che nella donna.
Nell’uomo, i micoplasmi causano infiammazioni di vari distretti genitali (epididimiti, prostatiti, uretriti accompagnate da presenza di sangue nello sperma) e, cosa ancor più grave, possono portare ad infertilità caratterizzata da ridotta motilità degli spermatozoi e aumento delle forme immature.
Nella donna, invece, i micoplasmi causano infiammazione delle tube, endometriti, vaginiti, uretriti, aborto precoce e scarso sviluppo del feto.
Vi sono casi, tuttavia, in cui questi batteri sono presenti nell’organismo senza causare alcuna manifestazione patologica; gli individui che li ospitano sono pertanto detti ‘”portatori sani”.

La trasmissione per via sessuale e, soprattutto, l’iniziale asintomaticità dell’infezione (che precede le manifestazioni patologiche precedentemente elencate) impongono una ancor più rigida osservanza delle opportune misure protettive (come l’utilizzo del preservativo) per prevenire il contagio da micoplasmi.

La ricerca dei micoplasmi viene eseguita mediante esame colturale su secreto vaginale, liquido seminale o urine. Nello specifico, i micoplasmi crescono bene su terreni contenenti siero animale dal quale estraggono gli steroli necessari per la sintesi della loro membrana cellulare (steroli che essi non sono in grado di produrre autonomamente).

A causa delle loro dimensioni molto ridotte, i micoplasmi coltivati in terreni solidi sono in grado di insinuarsi tra le maglie del gel di agar, giungendo in profondità; le colonie di questi microrganismi assumono quindi un caratteristico aspetto denso nella zona centrale e più rarefatto nella zona periferica, che viene denominato "a uovo fritto".

La terapia delle infezioni da micoplasmi è piuttosto problematica. In primo luogo, per la somiglianza della propria membrana con quella della cellula ospite, i micoplasmi sono riconosciuti con una certa difficoltà dalle cellule immunitarie e dunque possono sfuggire alla risposta immune messa in atto dall’organismo ospite. Inoltre, gli antibiotici attualmente disponibili hanno una capacità veramente limitata di eliminare direttamente questi microorganismi e l’effettiva guarigione dipende in maniera critica da un sistema immunitario ospite in buone condizioni.

Chlamydia

A lungo scambiati per virus, i batteri appartenenti al genere Chlamydia sono organismi unicellulari molto piccoli (0,6- 1 µm), immobili ed incapaci di vita autonoma (parassiti endocellulari obbligati).
Anch’essi, come i micoplasmi, sono sprovvisti di parete cellulare ma possiedono una membrana proteica rinforzata che consente loro di resistere agli insulti dell’ambiente esterno.
Delle tre specie in cui il genere si suddivide, l’unica patogena per l’uomo è la Chlamydia trachomatis.
Questo agente microbico si trasmette prevalentemente attraverso rapporti sessuali non protetti (orali, vaginali e anali), mediante liquido seminale o secrezioni vaginali infette. E’ anche possibile la trasmissione verticale, ossia dalla madre al feto.
L’infezione è definita “silenziosa”, in quanto si associa ad una sintomatologia molto blanda, o addirittura alla totale assenza di sintomi; per queste caratteristiche l’infezione da Chlamydia trachomatis rappresenta, insieme alla gonorrea e alla tricomoniasi, una delle malattie sessualmente trasmissibili più diffuse al mondo.
I sintomi, qualora presenti, compaiono dopo 7-12 giorni dall’infezione e includono:
- infezioni alla gola, se il contagio è avvenuto per via orale;
- proctite e dolore rettale, se il contagio è avvenuto per via anale;
- dolore durante la minzione, fastidio ai testicoli e all’uretra nell’uomo, perdite vaginali (anche sanguinolente), dolori nella parte inferiore dell’addome e durante i rapporti sessuali nella donna, se il contagio è avvenuto per via vaginale.

La diagnosi precoce e il trattamento tempestivo delle infezioni da Chlamydia trachomatis sono fondamentali, poiché permettono di prevenire complicazioni anche molto gravi.
Se non trattata, difatti, l’infezione può portare a:
- infiammazione dei dotti eiaculatori e del testicolo nell’uomo;
- malattia infiammazione cronica della pelvi (PID) nella donna, con interessamento delle ovaie, delle tube e dell’utero.
L’esito finale, in entrambi i casi, è la sterilità.
In aggiunta, l’infiammazione cronica della pelvi nella donna può causare un restringimento cicatriziale delle tube, aumentando così il rischio di gravidanze extrauterine.

Considerata la quasi esclusiva trasmissione per via sessuale del patogeno, la prevenzione dell’infezione da Chlamydia trachomatis si basa essenzialmente sull’utilizzo di metodi contraccettivi di barriera (come il preservativo), specialmente se non si ha la certezza assoluta che il partner non sia infetto. Non bisogna dimenticare che il contagio può essere mediato anche da mani sporche o da oggetti contaminati da secrezioni infette.

La diagnosi dell’infezione viene tradizionalmente condotta mediante ricerca diretta dell’antigene microbico sulle secrezioni del paziente, quali secreto vaginale o cervicale per la donna e liquido seminale o urine per l’uomo. Nel caso di sospetta proctite o congiuntivite da Chlamydia trachomatis, la ricerca è effettuata rispettivamente su tampone rettale o secreto oculare.
Il metodo ad oggi più affidabile è però rappresentato dalla ricerca nel campione del DNA microbico; grazie alla sua maggiore sensibilità e specificità, questa tecnica consente di effettuare l’esame anche su un campione di urine del primo mattino, rendendo più agevole per il paziente l’esecuzione di qualsiasi controllo.

Se individuata in tempo, l’infezione da Chlamydia trachomatis si cura con gli antibiotici e i sintomi scompaiono nel giro di 7-10 giorni; in caso contrario, essa può dar luogo a complicanze gravi che si manifestano mesi o addirittura anni dopo il contagio.
Non bisogna infine sottovalutare la natura subdola di questa infezione. Talvolta si assiste infatti ad una guarigione apparente, ossia alla scomparsa spontanea o dopo terapia antibiotica dei sintomi, sebbene l’infezione sia in realtà ancora presente. In casi come questi soltanto le appropriate indagini di laboratorio sono utili per accertare in via definitiva l’effettiva guarigione.



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