Un mare pronto ad esplodere

La Fabbrica di Nichi ha incontrato Matteo D'Ingeo del movimento Liberatorio Politico di Molfetta per parlare della presenza di ordigni bellici nell'Adriatico.

Cultura
Bisceglie mercoledì 28 luglio 2010
di Silvia La Franceschina
© n.c.

Era il 2 dicembre del 1943 quando alcune navi americane furono bombardate dai tedeschi nel porto di Bari. Alcune di queste custodivano segretamente bombe all’iprite – strumenti di guerra a componente chimica da anni posti al bando dal consesso delle Nazioni- un gas tossico e vescicante, responsabile di danni irreversibili sulla salute delle acque e dell’uomo. In virtù di un accordo tra il Ministero della marina mercantile e gli alleati, i residui bellici sarebbero stati affondati ad oltre 20 miglia dalla costa, a circa 460 metri di profondità.

Oggi, dopo 67 anni, quegli strumenti di morte giacciono ancora, silenti e invecchiati, sul terreno marino, rappresentando un’onnipresente e imprevedibile insidia.
Le mine sono state rinvenute principalmente nelle zone di Torre Gavetone e della Prima Cala -ex Colonia- (città di Molfetta), ma si spinsero tentacolarmente e arditamente anche al di fuori di questo confine, colonizzando le acque.

Come guerrieri senza favella hanno continuato a mantenere una consegna attempata quanto loro, riconfermata ogni giorno dalle ovattate leggi del regno marino, dove passato e futuro convivono in un eterno presente. Col tempo, adattatisi all’ambiente del mare, come ibridi crostacei o improbabili molluschi, non hanno smesso di rilasciare il loro inchiostro velenoso. Imprigionati nella logica dell’antica missione, esplodono o sprizzano sbuffi venefici, se minacciati da un qualsiasi contatto creduto nemico. Senza sapere che la malcapitata ombra è quella di un ignaro pescatore imbracciante la rete o il piedino di un bambino a caccia di granchi e lumache. Senza sapere che la guerra, quella guerra, è finita.

Da anni Matteo D’Ingeo, coordinatore del movimento Liberatorio Politico a Molfetta, ospite come relatore del tema iprite nel nostro mare, nell’ultimo incontro tenuto dalla Fabbrica di Nichi di Bisceglie, raccoglie informazioni e testimonianze, denunciando questa allarmante situazione.

Gli ordigni fluttuano indisturbati nelle acque dove ci bagniamo e dove viene pescato il pesce che mangiamo. Autorità, Prefetto, Procura di Trani, Carabinieri, Capitaneria di Porto, Arpa sono sordi ai numerosi e costanti appelli a seguito dei continui casi riscontrati di patologie da contatto con l’iprite.
Anche la famosa alga tossica sembra essere collegata a questo terribile gas, un mutante nato dall’assorbimento di iprite dalle alghe.

Bonificare i fondali richiede un investimento di forze e denaro non indifferenti, oltre al fatto che divulgare questo genere di informazioni costituirebbe una mazzata all’economia nostrana.
Meglio, dunque, continuare a far finta di nulla?
La prossima vittima può essere uno di noi; perché anche le bombe hanno imparato a nuotare e a spingersi persino a riva.

Per chi volesse maggiori informazioni, consultasse il sito: http://liberatorio.splinder.com/tag/iprite

Lascia il tuo commento
commenti