Il messaggio per la Santa Pasqua

Don Mario Pellegrino dal Brasile: «E poi è arrivato il coronavirus che ci ricorda che siamo cenere»

Consueta lettera per il periodo pasquale dal missionario biscegliese

Attualità
Bisceglie venerdì 27 marzo 2020
di La Redazione
Don Mario Pellegrino
Don Mario Pellegrino © n.c.

Anche quest'anno riceviamo e volentieri pubblichiamo una Lettera dal Brasile di Don Mario Pellegrino, sacerdote docesano fidei donum di Bisceglie, in occasione della Pasqua.

«Carissimi amici,

eccoci nuovamente insieme in questo cammino quaresimale che ci prepara alla Pasqua per condividere alcune riflessioni, suscitate dal contesto sociale che stiamo vivendo, dall’omelia del mercoledì delle ceneri del papa Francesco e dalla campagna della fraternità quaresimale del Brasile, sul tema “Fraternità e vita: dono e impegno”, avendo come testo meditativo Luca 10,33-34: “Lo vide, ebbe compassione e si prese cura di lui”.

Da queste pro-vocazioni, emerge chiaramente come un autentico cammino verso la Pasqua inizia con le ceneri e, passando per l’acqua del servizio, ci conduce al fuoco dello Spirito Santo che ci fa rinascere a vita nuova.

“In principio era la Pasqua!” Così potrebbe iniziare il racconto della nostra vita cristiana. Si, perché ancora oggi, riceviamo dai primi cristiani la testimonianza di quell’indimenticabile esperienza della passione, morte e risurrezione di Gesù che essi stessi hanno iniziato a comprendere solo dopo aver ricevuto lo Spirito del Signore.

A partire dal fuoco che illuminava la notte durante i primi riti liturgici in memoria della Risurrezione, si è infatti lentamente organizzato un itinerario di preparazione alla memoria annuale della Pasqua, chiamato “Quaresima”, dove, mediante l’ascolto della Parola, siamo invitati a camminare con il Signore verso la Vita nuova dei risorti, attraverso di un cammino “al rovescio”: un cammino dalla morte alla vita, un cammino dall’aridità al giardino fiorito, dal deserto ad una sorgente.

La natura, infatti, ci insegna che prima c’è il fuoco che brucia la legna e solo alla fine rimane la cenere. La liturgia, invece, capovolge l’ordine delle cose: si parte dalla fredda cenere posata sul nostro capo e solo alla fine si ritrova il fuoco, quando a Pentecoste sopra la nostra testa non si poserà più la cenere, ma “lingue come di fuoco”, cioè lo Spirito del Signore.

Iniziamo la Quaresima ricevendo le ceneri: la cenere sul capo ci ricorda, sottolinea il papa, “che veniamo dalla terra e che in terra torneremo. Siamo cioè deboli, fragili, mortali. (…) Ma siamo la polvere amata da Dio. Il Signore ha amato raccogliere la nostra polvere tra le mani e soffiarvi il suo alito di vita (cfr Gen 2,7). Così siamo polvere preziosa, destinata a vivere per sempre. Siamo la terra su cui Dio ha riversato il suo cielo, la polvere che contiene i suoi sogni. Siamo la speranza di Dio, il suo tesoro, la sua gloria. La cenere ci ricorda così il percorso della nostra esistenza: dalla polvere alla vita. Siamo polvere, terra, argilla, ma se ci lasciamo plasmare dalle mani di Dio diventiamo una meraviglia. (…) Il Signore ci incoraggia: il poco che siamo ha un valore infinito ai suoi occhi. Coraggio, siamo nati per essere amati, siamo nati per essere figli di Dio”.

La cenere è quindi il segno che ci invita a porci alla presenza di Dio, come creature davanti al Creatore, come servi di fronte al Signore. Il cammino della Quaresima inizia nella cenere perché ogni cammino di ritorno a Dio ricomincia quando noi siamo disposti a porre in questione il nostro modo di porci dinnanzi a Lui. La cenere ci fa, allora, ripartire da ciò che resta del nostro voler fare da soli, dagli esiti delle nostre scelte lontane dai sentimenti di Dio. È un segno che ci rimanda anche al nostro amore che si raffredda, ai nostri slanci iniziali che si allentano, ai nostri entusiasmi che si spengono. Un segno per ritornare: ritornare dall’autosufficienza alla vita vissuta sotto lo sguardo di Dio; da una vita auto-centrata, ad una vita aperta all’Altro e all’altro/a. Un segno per ritornare all’“amore di un tempo” (Ap 2,4), abbandonando la nostra tiepidezza.

Il mondo moderno, infatti, ha creato grandi aspettative in noi: ci ha detto che aveva la risposta a tutte le nostre richieste e che poteva rispondere a tutte le nostre esigenze; ci ha assicurato che la vita piena ha come fondamento i progressi tecnologici, che avrebbe reso confortevole la nostra esistenza, eliminando le malattie e ritardando la morte; ha affermato che la vita piena era nel conto bancario, nel riconoscimento sociale, nel successo professionale, negli applausi della folla, nei cinque minuti di fama che la televisione offre, etc. E poi è arrivato il Coronavirus che ci ricorda come siamo appena cenere!

La difficile esperienza di dover far fronte alla pandemia del Coronavirus ci ha messo in crisi: non pensavamo di essere così vulnerabili e tremendamente fragili. Anzi, eravamo convinti di appartenere a quella porzione dell’umanità che si era guadagnata il privilegio di una sostanziale e durevole immunità dalla paura e dal senso di insicurezza. Purtroppo siamo una generazione troppo frettolosa: talmente pressati e continuamente stimolati che non abbiamo tempo e modo per guardarci dentro e lasciarci veramente guardare dalla vita. Questa pandemia ha così messo in crisi non solo le nostre illusioni di privilegi acquisiti per sempre, ma anche il nostro modo di vivere la fede e i sacramenti.

Sia chiaro: la pandemia che stiamo attraversando non è un flagello divino, ma certamente un segno da leggere con umiltà; l’ottimismo forzato, in cui ci siamo blindati con l’idea che siamo coloro che sono stati capaci di prendere in mano il loro destino, deve trasformarsi in una speranza evangelica.

E così, la quaresima si è trasformata in quarantena e speriamo che questa quarantena ci aiuti a vivere meglio la quaresima nella compassione evangelica.

La pandemia, infatti, ha cambiato tutto in un attimo: il rallentamento del nostro ritmo consueto può essere un’occasione per guadagnare in profondità il nostro modo di vivere. La sfida di passare dal galoppo delle emozioni e delle sensazioni alla pacata degustazione di ogni frammento di vita certamente ci aiuta a crescere in umanità. Il senso di fragilità può diventare l’occasione per cogliere l’essenziale e tenersi pronti a tutto, anche a ciò che ci sconvolge.

In questo momento di fragilità e di panico, come credenti siamo chiamati a rendere testimonianza discreta e appassionata della nostra speranza.

Questo significa che siamo al mondo per camminare dalla cenere alla vita, e accogliendo lo sguardo d’amore di Dio su di noi, sentendoci guardati e amati da Lui, cambiare vita.

“Allora, non polverizziamo la speranza, non inceneriamo il sogno che Dio ha su di noi. Non cediamo alla rassegnazione” perché Dio può trasformare la nostra polvere in gloria.

La cenere che riceviamo sul capo, sottolinea papa Francesco, “ci ricorda che noi, figli di Dio, non possiamo vivere per inseguire la polvere che svanisce. Una domanda può scenderci dalla testa al cuore: “Io, per che cosa vivo?”. Se vivo per le cose del mondo che passano, torno alla polvere, rinnego quello che Dio ha fatto in me. Se vivo solo per portare a casa un po’ di soldi e divertirmi, per cercare un po’ di prestigio, fare un po’ di carriera, vivo di polvere. Se giudico male la vita solo perché non sono tenuto in sufficiente considerazione o non ricevo dagli altri quello che credo di meritare, resto ancora a guardare la polvere. Non siamo al mondo per questo. Valiamo molto di più, viviamo per molto di più: per realizzare il sogno di Dio, per amare. (…) La cenere che riceviamo ci ricorda un secondo percorso, quello contrario, quello che va dalla vita alla polvere. Ci guardiamo attorno e vediamo polveri di morte. Vite ridotte in cenere. Macerie, distruzione, guerra. Vite di piccoli innocenti non accolti, vite di poveri rifiutati, vite di anziani scartati. Continuiamo a distruggerci, a farci tornare in polvere. E quanta polvere c’è nelle nostre relazioni! Guardiamo in casa nostra, nelle famiglie: quanti litigi, quanta incapacità di disinnescare i conflitti, quanta fatica a chiedere scusa, a perdonare, a ricominciare, mentre con tanta facilità reclamiamo i nostri spazi e i nostri diritti! C’è tanta polvere che sporca l’amore e abbruttisce la vita. Anche nella Chiesa, la casa di Dio, abbiamo lasciato depositare tanta polvere, la polvere della mondanità”.

Infatti, quante volte “facciamo qualcosa solo per essere approvati, per il nostro ritorno di immagine, per il nostro ego! Quante volte ci proclamiamo cristiani e nel cuore cediamo senza problemi alle passioni che ci rendono schiavi! Quante volte predichiamo una cosa e ne facciamo un’altra! Quante volte ci mostriamo buoni fuori e coviamo rancori dentro! Quanta doppiezza abbiamo nel cuore... È polvere che sporca, cenere che soffoca il fuoco dell’amore”.

Che cosa fare dunque? Nel cammino verso la Pasqua il primo invito profetico, nella prima lettura del mercoledì delle ceneri, è il grido: «Ritornate a me con tutto il cuore!» (Gl 2,12). Il profeta Gioele, in nome di Dio, richiama tutti a guardare al cuore e non all’esteriorità, poiché il rischio potrebbe essere proprio quello: trascorrere questo tempo, rimanendo in superficie; fermi alle abitudini; rassegnati al male di questa epoca; praticanti di culti vuoti di carità.

E così, se veramente ritorniamo a Dio con tutto il nostro cuore, al termine della Quaresima troviamo un fuoco nell’oscurità della notte, una luce in mezzo alle tenebre. In una notte, simbolo di tutte le notti della storia, una luce nuova e inattesa risplende. Da quella cenere senza calore, senza colore e senza vita si giunge al fuoco che riscalda e rischiara. Così giungiamo a un esito “inatteso” e “non dovuto”. La meta del cammino quaresimale ci dice che le ceneri dei nostri sentieri percorsi da soli possono rivivere se ci lasciamo infiammare dallo Spirito che è il dono pasquale per eccellenza. Cioè si afferma che nemmeno i nostri fallimenti sono “spazzatura”, ma che proprio a partire da essi può venire la luce e la vita. Non si va verso la vita ignorando ciò che è stato, ma accogliendolo e lasciandolo trasformare da Dio.

È l’esperienza di Abramo, quando vide passare una “fiaccola infuocata” (Gn 15,17) in mezzo alle vittime che egli aveva sacrificato al Signore. Quel fuoco è segno del passaggio di Dio che decide di fare alleanza con Abramo.

È l’esperienza di Mosè che vede uno strano fuoco nel quale Dio gli si rivela come salvatore e liberatore di Israele. Un fuoco che arde ma non consuma, un fuoco che non crea nuova “cenere”.

È il fuoco che Israele ha sempre tenuto acceso nel Tempio di Gerusalemme: «Un fuoco perenne arda sull’altare; non si lasci spegnere» (Lev 6,6). Un fuoco che non doveva mai spegnersi e attraversare la storia. Segno perenne della fedeltà di Dio che non abbandona mai il suo popolo… in tutte le sue vicende, anche nelle vicende che oggi sperimentiamo attraverso la pandemia del Coronavirus.

È il fuoco divampante che Geremia ha sentito ardere nel cuore, e che lo spingeva, nonostante tutto, ad essere servo della Parola di Dio: una Parola scomoda che non lascia pace, che ferisce per risanare.

É il fuoco che Gesù è venuto a gettare sulla terra: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!» (Lc 12,49), quel fuoco che è divampato a Pentecoste nel compimento della Pasqua nella vita della Chiesa, e che da allora percorre le vie del mondo per giungere agli estremi confini della Terra.

È il fuoco che deve ardere in ognuno di noi! E così il cammino quaresimale, ritmato da questi passi, potrà condurci a quel fuoco d’Amore sulle cui braci il Signore continua a cuocere il Pane della Vita per sostenere il nostro cammino nella storia rendendo il nostro cuore simile al suo.

Allora siamo tutti convocati oggi per intraprendere il cammino verso la Pasqua, come un ritorno a casa; per domandarci se siamo ancora credenti nel Vangelo e discepoli del Signore Gesù, o se piuttosto siamo solo “maschere cristiane”, senza verità; per guardare sotto la cenere dell’apparenza e dell’abitudine e della fretta, se il nostro cuore è ancora capace di amare, se ancora crediamo all’amore, se siamo vivi.

Sotto la cenere, allora, lasciamo ardere ancora in noi il fuoco della fede, della speranza e della carità;

lasciamo risplendere la fiamma del cero pasquale, che è Cristo Risorto.

E tutto questo, come ricorda la campagna della fraternità di quest’anno, passando per l’acqua del servizio, dal momento che non possiamo separare la conversione dal servizio, un servizio che nasce dalla compassione verso l’altro. Lo stesso papa Francesco ci ricorda: “Se tu davanti a una persona bisognosa non senti compassione, se il tuo cuore non si commuove, vuol dire che qualcosa non va. Stai attento, stiamo attenti. Non ci lasciamo trascinare dall’insensibilità egoistica. La capacità di compassione è diventata la pietra di paragone del cristiano, anzi dell’insegnamento di Gesù. Gesù stesso è la compassione del Padre verso di noi”. E così, il testo di base della campagna della fraternità di quest’anno ci invita a riflettere su due atteggiamenti concreti che incontriamo nel Vangelo a partire dall’immagine del catino con acqua. Davanti alla realtà in cui viviamo, ci troviamo di fronte a due catini pieni d’acqua: da un lato, il catino di Pilato, simbolo di indifferenza e omissione; dall'altro quello utilizzato da Gesù per lavare i piedi, segno di tenera cura, di generoso impegno, di servizio umile e gratuito. Quale dei due catini stiamo usando nella nostra vita?

Teniamoci, allora, tutti per mano, pur a distanza di almeno un metro, per il momento, sapendo che insieme ce la faremo e che tutto andrà bene. Buona Pasqua, gioiosa vita a tutti».

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