Turismo in Puglia: i tesori da scoprire a casa nostra

Testo di: Stefania Leo

Foto e video di: Francesco De Marinis


Il Castel del Monte, monumento patrimonio dell'umanità Unesco, ogni anno attira a sé oltre 200.000 persone. Ma è vero anche che i numeri legati al turismo in Puglia si nutrono spesso di viaggiatori non residenti. Superata l'età scolare, i pugliesi smettono di interessarsi a tesori come il vaso di Talos, che molti residenti Doc forse hanno visto durante una gita da bambini. Chi abita il territorio spesso ignora i grandi tesori archeologici e naturalistici della regione.

Il Covid ci ha costretti a ripensare al turismo di prossimità come rimedio alla nostalgia da wanderlust, il desiderio di viaggiare. Non possiamo varcare i confini regionali o nazionali? Ci “tocca” restare in Puglia e scoprire quanto ancora poco la conosciamo. Ma cosa si può fare per invertire la rotta e spingere gli over 30 a scoprire tesori come l'Uomo di Altamura, il Faro di Minervino o il Convento di Santa Maria degli Angeli di Cassano?

«La Puglia è stata scelta come regione più bella del mondo per ben due volte dal National Geographic – spiega Ezio Laddaga, guida turistica di Minervino – per il suo particolare e naturale intreccio tra ambiente naturale e punti d'interesse storico e artistico che puntellano il territorio. Il turismo di prossimità deve partire dall'idea che ogni città conserva al proprio interno elementi di storia e tradizioni che permeano il nostro Dna e ci permettono di capire aspetti del nostro essere. Uno strumento efficace in tal senso è la costruzione di una rete turistica tra attrattori uniti tra loro da aspetti storici, ambientali o architettonici comuni, che sappia arricchire la qualità dei servizi al visitatore e organizzare con maggiore forza una strategia di comunicazione sul territorio ».

«Serve prima di tutto pubblicità – spiega Roberta Chiodo, archeologa e guida turistica – Minervino è molto legata al turismo enogastronomico, ma dopo esser stati qui a pranzo, si va via, non ci si ferma a visitare il paese. Una spinta sinergica potrebbe partire proprio dai ristoratori, che potrebbero invitare i turisti a sperimentare anche l'escursionismo cittadino ».

La professoressa Maria Simone, presidente emerito del Club per l’Unesco di Cassano responsabile del club Unesco di Cassano, vede nell'apertura del Museo del Territorio di Cassano e dell’Alta Murgia è una grande opportunità per valorizzare il turismo di prossimità. « Il Museo, oggi ancora inspiegabilmente chiuso, è un presidio culturale per la comunità, di cui custodisce alcuni beni, memorie e tradizioni, e un volano per realizzare una nuova forma di fruizione turistica sostenibile,in esso si  legge  ed interpreta  il paesaggio, nella sua dimensione storica, come stratificazione di eventi naturali e culturali, prodotto dell’interazione tra l’uomo e l’ambiente e le sezioni predisposte, rimandano direttamente ad aspetti da osservare nel territorio. Nel Museo sono presenti anche percorsi che legano le sezioni ed i materiali al territorio, tra cui itinerari che si snodano tra la Murgia, la foresta di Mercadante, il Convento, le grotte e non solo. Ma questi materiali sono lì quasi dimenticati. Eppure anche una cooperativa di giovani, una startup culturale creativa potrebbe utilizzarlo per avviare e rileggere la storia del territorio che anche le nostre pietre raccontano. L’apertura del Museo del Territorio di Cassano e dell’Alta Murgia, dovrebbe costituire una priorità nelle politiche del nostro Comune, ma è un luogo dimenticato dall’Amministrazione comunale che lo ha voluto e che lo possiede. Tutto ciò certo non favorisce lo sviluppo culturale del territorio ».

«In più – continua Simone – ci sarebbero itinerari da costruire per unire vari siti, come quello dell'uomo di Altamura, che si dovrebbe collegare con i resti della frequentazione umana rinvenuti nelle grotte a Cassano e presenti nel Museo. Si potrebbe connettere la nostra città al mondo anche attraverso la Strada delle Fiabe o le aree del Geoparco, per legare tutti gli elementi del territorio in maniera brillante. Le parole chiave sono tre: organizzare, dialogare e guardare lontano ».

Cos'è la Strada della Fiaba

Le Strade della Fiaba è un progetto della Regione Puglia finalizzato a tracciare un itinerario culturale che, partendo da radici e tradizioni e con un approccio sostenibile, possa diventare un’opportunità di sviluppo per intere aree della nostra regione.

Delineare una Strada della fiaba significa mettersi in cammino su un percorso sul quale si possano percepire quelli che Italo Calvino, camminatore e grande raccoglitore di fiabe, chiamava gli “aromi locali”, ovvero gli scenari, i cibi, le usanze, le conoscenze, le forme architettoniche, le tradizioni delle comunità locali, soprattutto di quelle che sembrano dimenticate, in quanto piccoli borghi o aree periferiche e interne.

Laura Marchetti, professoressa di didattica delle culture all’Università di Foggia e coordinatrice scientifica del progetto, spiega che le Strade della Fiaba ha come obiettivo quello di creare una nuova posizione teorica della fiaba popolare e una ricollocazione all’interno dell’identità culturale europea candidandola nella lista dei beni immateriali dell’Unesco.

Alla scoperta dell'Uomo di Altamura

L’Uomo di Altamura è una delle più straordinarie scoperte paleontologiche effettuate in Italia. I resti di quello che gli altamurani e pugliesi che lo hanno incontrato chiamano amichevolmente Ciccillo, furono rinvenuti nel 1993 in una delle formazioni carsiche della grotta di Lamalunga, ad Altamura.

Ricostruzioni dei Fratelli Kennis (© Kennis&Kennis)

Si tratta degli unici resti di scheletro umano intero del Paleolitico, appartenuti a un Homo neanderthalensis vissuto tra i 150.000 ed i 75.000 anni fa. La scoperta ha un grandissimo valore sia dal punto di vista geologico sia da quello archeologico, perché la struttura scheletrica è integra e in ottimo stato di conservazione.

Ricostruzioni dei Fratelli Kennis (© Kennis&Kennis)

La ricostruzione in 3D che campeggia nella sala dedicata del Museo Nazionale Archeologico di Altamura dal 2017, mostra un maschio adulto di circa 160-165 centimetri di altezza. Secondo gli studiosi l'uomo sarebbe caduto in uno dei tanti pozzi carsici presenti nella zona durante una battuta di caccia. Le fratture riportate nell'incidente gli hanno impedito di uscirne vivo.

L'abside dell'Uomo (credit Comune di Altamura - CARS_Salvatore Cagnazzi)

Il rilievo 3d della Grotta di Lamalunga (© Comune di Altamura – CARS)

La Grotta della Capra (© Comune di Altamura)

Quella grotta è ancora oggi la sua tomba, dato che i suoi resti sono ancora lì. Con il passare dei millenni, le sue ossa vennero letteralmente inglobate nelle concrezioni calcaree fino alla scoperta, avvenuta nel 1993 da parte di un gruppo di speleologi del CARS - Centro altamurano ricerche speleologiche.

Come spiega Elena Saponaro, direttore del Museo Nazionale Archeologico di Altamura e del sito Unesco Castel del Monte, il primato dell'Uomo di Altamura è il suo essere stato il più antico e completo Neanderthal su cui sia stato possibile eseguire analisi paleogenetiche, la lettura del DNA racchiuso nelle nostre cellule.

Il sito del futuro: le impronte dei dinosauri

Il sito ormai noto come la Laguna dei Dinosauri è formato da un'unica superficie ad impronte di affiorante in una cava, detta Cava d'Anna, nel comune di Altamura, in località Pontrelli. È considerato uno dei ritrovamenti più importanti e spettacolari al mondo per l'elevato numero di singole impronte - circa 30.000 - e di piste conservate su una singola superficie di 15.000 mq. È l'unico esempio di ritrovamento risalente al Cretacico dell'area mediterranea.

Secondo gli studiosi la zona è stata attraversata da dinosauri erbivori di media taglia. Una volta individuate le piste, si è passati a riportare alla luce le orme, tappate da fango e detriti: nel sito ne sono state scoperte solo alcune per poter i percorsi e i comportamenti di questi animali. Il rischio degrado è altissimo e la manutenzione delle impronte è necessaria, ma anche molto costosa.

Come spiega l'assessore Nunzio Perrone, «ci piace pensare a questa paleosuperficie come a un'istantanea di 80 milioni di anni fa, in cui possiamo immaginare questi dinosauri mentre pascolano su questo fondo che all'epoca doveva essere una laguna. Ed è per questo che abbiamo imparato a chiamare questo sito come la Laguna dei Dinosauri».

Il faro lontano dal mare

Guardando il Faro di Minervino Murge viene da chiedersi: ma se qui non s'è mai vista una nave, se siamo a 420 metri sul livello del mare, a che serve? Questa costruzione alta 32 metri è un monumento che fa da raccordo alle anime politiche contrastanti che hanno animato e abitano ancora le strade di questa città.

Il Faro di Minervino è stato costruito durante gli anni Venti per due motivi: geografico, ma soprattutto politico. Geografico, perché Minervino è nel punto più elevato della Murgia barese. Politico, perché è legato al passato conflittuale tra classe proletaria e proprietari terrieri. «Tra il 1918 fino al 1922, fino alla nascita del partito fascista, Minervino era un centro abitato molto importante, con 20 mila abitanti, il doppio di quelli attuali – spiega Ezio Laddaga, guida turistica minervinese – C'era una lotta interna tra le due classi sociali molto accesa. Basti pensare che la Camera del Lvoro di Minervino era retta da Giovanni Di Vittorio». Tra gli episodi di lotta più accesi si ricorda la Rivolta del Pane del 1898.

Negli anni Venti gli scontri tra i borghesi di Minervino e i proletari si moltiplicano. A Minervino Mario Limongelli fonda i Fasci di Puglia, che occupano la Camera del Lavoro. In altri episodi la manovalanza va dai proprietari terrieri e li trucida. Il più importante è quello che costa la vita a Riccardo Barbera. Tant'è che proprio durante la commemorazione di Barbera, un personaggio di spicco tra i Fasci di Puglia suggerisce di dare posto a un segno del potere del fascismo, costruendo un momento. Da lì nasce l'idea del Faro.

«È un monumento ai caduti fascisti – spiega Laddaga – Affacciandosi alla porta d'ingresso appaiono incavi ellittici, trenta in tutto, in cui venivano poste le foto di fascisti caduti: cinque di Minervino e venticinque pugliesi, caduti in terra di Bari». I cinque minervinesi ricordati al tempo sono: il latifondista Riccardo Barbera, lo studente Ferruccio Barletta, l'agricoltore Nicola di Stasi, il cavamonte Domenico Lorusso e la Guardia Municipale Vincenzo Nobile.

A un anno dalla marcia su Roma, il 28 febbraio 1923, avviene la posa della prima pietra. A disegnare il faro è Aldo Forcignanò, lo stesso architetto fascista autore del lungomare di Bari. Viene costruito tra il 1923 e il 1932, con varie interruzioni dovute a problemi tecnici ed economici. Il totale dei lavori ammonta a 600.000 lire e lo stesso Mussolini, per accelerare l'operazione, mette 10.000 lire di tasca sua. «Si sentiva l'urgenza di dare un segno di potere alla città». Vengono anche raccolti dei fondi da enti privati, tra cui la Gazzetta del Mezzogiorno.

Com'è fatto il faro

Il Faro sorge su una spianata posta nella parte alta della città. La costruzione, che misura alla base un fronte di 14 metri, si eleva per 32 metri. Alla sua sommità c'è una lanterna di 2.000.000 di candele elettriche, donata dal Ministero della Marina Mercantile, visibile per un raggio di oltre 80 Km. Se ne scorge la luce dalle province di Bari, Foggia, Potenza, Matera, Avellino, Campobasso e Benevento. Il monumento è costruito tutto in pietra dura di Minervino Murge e si compone di tre parti. Il basamento, a forma di dado, poggia su quattro piloni rampanti legati tra loro da archi. Nella parte anteriore è innestato un tempietto con frontone triangolare, da cui si accede al vestibolo ottagonale, con soffitto a volta. Sotto il pavimento del vestibolo si trova è la cripta.

Il Faro presentava alcune iscrizioni commemorative, che successivamente sono state cancellate in alcune loro parti, o completamente scalpellate. Oltre all’iscrizione nel frontone, che presenta il volto della dea Minerva (“Ai martiri [fascisti] di Puglia [A. X E.F.]”), ci sono sulle pareti laterali esterne le seguenti iscrizioni: a destra «Più che il Faro nelle tenebre più che il sole a meriggio splenderà nei secoli conforto ai fedeli rampogna ai traditori la luce del martirio [fascista, scalpellato]»; a sinistra (completamente scalpellata), «Giurati al Duce salvarono con la rivoluzione la patria ebbero in premio la vittoria e l’immortalità».

All’esterno ci sono due piloni rampanti in facciata presentano in alto due prue in bronzo, con rostri di navi romane, sormontate da Vittorie Alate. Ai quattro angoli del soffitto poggiano quattro bracieri in bronzo, e altri due, più alti, ai lati del portale d’ingresso.

La seconda parte del monumento, a forma di tronco di piramide, presenta quattro finestre, che illuminano la scala interna. Infine, viene la grande colonna costituita da un grande fascio, che sorregge il casotto della lanterna, circoscritto da una loggetta. All’interno vi è una scala in pietra che giunge sino alla base della colonna terminale; di qui si alza una scala a chiocciola in ferro che raggiunge la loggetta. Da questo lo sguardo può spaziare per chilometri, sino a raggiungere in lontananza: ad Ovest la catena degli Appennini, il Monte Vulture; e a Nord, in condizioni di particolare visibilità, il massiccio del Gargano.

Minervino Murge dichiara guerra all'Italia

Dopo la seconda guerra mondiale tutti i riferimenti al fascismo nelle iscrizioni vengono eliminati. L'allora sindaco Barbera riesce a convincere la popolazione a non abbattere il monumento. La città è in preda a un forte fermento anarchico sindacalista, figlio dell'influenza di Di Vittorio sul territorio. Dopo la guerra la luce del faro viene rubata da ignoti. E nel 1945 Minervino Murge diventa la protagonista di una piccola storia eccezionale: dichiara guerra all'Italia e diventa Repubblica comunista indipendente per 48 ore.

«Siamo a giugno 1945. La Seconda guerra mondiale è agli sgoccioli, ma all'Italia servono ancora soldati. A Minervino c'erano molti renitenti alla leva, poi incarcerati perché si rifiutavano di combattere. La prigione è la goccia che fa traboccare il vaso. Evadono di prigione, bloccano l'uscita Nord e Sud della città con mezzi agricoli. Bloccano le poste in modo che nessuno possa dare informazioni su ciò che sta avvenendo e si dichiarano Repubblica comunista indipendente – racconta Laddaga – La notizia viene persino pubblicata sulla Pravda, il più importante quotidiano sovietico, dove si raccontano le gesta della prima repubblica comunista d'occidente». Aerei militari sorvolano la zona e vedendo questi mezzi, pensano siano carri armati. I primi a tentare di espugnare la città sono i carabinieri di Andria, che provano a forzare l'ingresso a nord. Infine, è il Battaglione San Marco a sfondare il lato Sud e a mettere fine al sogno comunista.

Negli scontri perde la vita Michele Colia, di cui ancora oggi si può ammirare una lapide commemorativa nei pressi del Faro. «Negli anni successivi, per ristabilire l'armonia con la città, lo Stato Italiano dà molto lavoro e soldi alla città. Ma Minervino è rimasta a lungo un focolaio politico. Basti pensare che durante il Referendum per la Repubblica, il sì stravinse al Nord, ma non in Puglia, fatta eccezione che per due comuni: Orsara di Puglia e Minervino Murge».

Oggi il faro ha ancora la sua lampada che brilla, donata dal genio civile di Taranto, ma è una luce puramente simbolica. Serve solo a ricordare che c'è un faro. La luce gira, ma non ha alcuna intensità. Tranne quella dei ricordi.

Perché visitarlo

«Innanzitutto, perché è un faro di terra e non capita tutti i giorni di visitarne uno a 500 metri d'altezza – spiega Laddaga – Dal punto di vista tecnico e architettonico presenta alcune particolarità, come le volte a vela lunettate, molto interessanti per gli addetti ai lavori. Dal punto di vista storico, ci permette di fare un excursus molto ampio sul fascismo pugliese».

Il monumento che non puoi visitare ma devi conoscere

La Torre del Balzo è un monumento che non è possibile visitare, perché proprietà privata, ma importante da conoscere. Ai curiosi offre la possibilità di fare un salto indietro nel tempo. La sua costruzione inizia nel 1454. All'epoca si trovava al di fuori della cinta muraria. 

A partire dal 1600 l'abitato di Minervino si espande verso Sud e ingloba la torre. Le mura di cinta sono costituite da bastioni a pianta quadrata, a ridosso delle quali nascono dei magazzini addossati della torre. Questi locali vengono sfruttati come basi per le abitazioni. Si accavallano fino a inglobare completamente la torre. Da corso Matteotti e da via Cavour oggi ci sono delle attività commerciali che altro non sono che ambienti della torre.

La Torre del Balzo è un importante documento storico. È il simbolo dell'alternanza del regno dei D'Angiò e degli Argonesi, scintilla che ha innescato la Disfida di Barletta: l'accusa di non essere buoni italiani perché troppo succubi delle dominazioni non è passata impunita. Il costruttore della torre è Pirro del Balzo, figlio di Francesco Duca di Andria. Sposa Maria Donata Orsini, figlia del Duca di Venosa. L'unione porta alla formazione di un territorio abbastanza ampio, che comprende l'agro di Minervino, Venosa, Altamura e Andria tra i territori principali.

«Costruisce questa torre perché, come riporta una incisione ora perduta ma documentata, “In specula iux terre”: è una torre di osservazione, da cui si poteva osservare la transumanza delle greggi, una delle entrate principali dei latifondisti del tempo», spiega Laggada. Nel periodo invernale quando le greggi andavano dal Molise e Abruzzo verso la Puglia, si faceva la transumanza Vernotica, utilizzando i tratturi, per cui bisognava pagare un dazio. C'erano le zona di posta, di pascolo, sempre proprietà dei signori locali: il giro economico era notevole. Siccome a Minervino passavano due tratturelli, la torre assunse la funzione di osservatorio per le greggi in transito e sosta.

Com'è fatta la Torre del Balzo

La Torre del Balzo  ha una struttura solida, con alla base il caratteristico tronco di piramide e una parte superiore cilindrica. Le mura hanno uno spessore di tre metri, mentre gli ambienti interni sono molto stretti. Ha una circonferenza 13,50 metri, mentre l'altezza varia. A est è di 21,5 metri, mentre a ovest è di 20 metri. Nella parte alta c'è una parte cilindrica superiore, costruita nel 1800.

L'attacco alla Torre

Alla fine del 1460 la Rivolta dei Baroni mette al centro della storia la Torre del Balzo. «Molti di loro, residenti tra Puglia e Basilicata, si rivoltano al re Ferrante che, per ristabilire l'economia, diede molto più spazio alla borghesia loricata, la nuova classe di armatori e mercanti che stava emergendo in quel periodo. Ciò non era ben visto dai nobili – spiega Laddaga – Iniziò così un periodo di scontento che portò alla rivolta guidata da Giannantonio Orsini, principe di Taranto. Nella prima fase i rivoltosi ebbero la meglio. Ma giunto a Minervino, Orsini non trovò Pirro del Balzo, che riesce a fuggire, mentre la moglie, incinta, si rifugiò all'interno della torre costruita da Pirro e ritenuta più affidabile rispetto al palazzo. Orsini fece bombardare la torre 109 volte, ma senza scalfirla. Alla fine della gestazione, dà il via libera alla sua parente per raggiungere il marito, mentre i militari a difesa della torre vengono impiccati ai merli. C'è un'ipotesi: a nascere nella torre sarebbe stata Isabella Del Balzo, diventata regina del Regno di Napoli sposando Federico d'Aragona».

Negli 2011 è stato fatto un convegno su uno studio di fattibilità per il ripristino dei luoghi e la gestione del Torre, data anche la disponibilità alla vendita dell'immobile, coordinato dall'associazione eredi della storia con la consulenza storica del professore Sabino Redavid. Potrebbe aprire le porte ai segreti dei Del Balzo e degli Orsini.

La Grotta di San Michele Arcangelo

La Grotta di San Michele Arcangelo si trova a Nord di Minervino, nella vallata conosciuta come Lama Matitani. Una scenografica scalinata introduce a questo luogo di culto, ad oggi ancora attivo, ricavato nella roccia del territorio di Minervino Murge. La cavità carsica scavata nella roccia da antichi torrenti è circondata dal suggestivo paesaggio dell’Alta Murgia, adagiata sul Vallone di San Michele. L'origine della Grotta viene fatta risalire a due milioni di anni fa, periodo in cui l'area, ancora sommersa dalle acque, iniziava ad emergere.

La Grotta ha una profondità di 20 metri dalla quota di ingresso. Al suo interno sono stati rinvenuti segni della natura e della storia della fede in questa località, ma non sono mai state documentate apparizioni. Le prime testimonianze risalgono a una pergamena del 2 febbraio 1000, custodita nell'abbazia di Monte Cassino. «Sappiamo che la grotta è stata frequentata dalla preistoria ai giorni nostri – spiega Roberta Chiodo, archeologa e guida turistica di Minervino – Infatti, al suo interno sono state trovate ceramiche risalenti all'età del Bronzo». È stata rinvenuta anche una piccola stanza abitata da un eremita, presumibilmente un custode del luogo di culto. Infatti, la ceramica rinvenuta aveva scopo religioso.

Il legame tra la storia di Minervino e la Grotta di San Michele

Sabetta Ciani, autrice del libro Minerva e l'Arcangelo a Minervino Murge. Itinerari di storia e di fede, ha raccontaro che il ritorno al culto presso la Grotta di San Michele è dovuto al sogno di una donna. Siamo nel 1945. La fedele viene visitata nel sonno da un angioletto che le dice: «Tutti si sono scordati di me e nessuno viene più in grotta a trovarmi. Tu e le tue amiche dovete tornare e far celebrare messa». In quel periodo la grotta vessava in uno stato di abbandono, a causa della Seconda guerra mondiale. Ma grazie a quell'apparizione il culto di San Michele tornò in città.

«Durante la transumanza si riunivano le mandrie davanti alla grotta, come benedizione prima della partenza», spiega la guida. Le celebrazioni in onore di San Michele, che si tengono il 29 settembre, festa patronale, e l’8 maggio, con la cerimonia nella chiesa rupestre, sono molto suggestive.

Perché visitare la grotta

«Per fare una vera esperienza della Grotta, bisogna entrarvi – sottolinea Chiodo – Una volta dentro, si ha l'impressione di essere accolti nel grembo della Madre Terra perché questa cavità non è stata costruita da mani dell'uomo ma dalla natura. È come se il terreno si ritirasse per far spazio all'uomo».

Tra leggenda e natura: il Convento di Cassano

Cassano Murge è un centro abitato in cui il territorio agisce e definisce la storia cittadina. Ne è un esempio il Convento di Santa Maria degli Angeli, nato attorno a una grotta. Qui nel 1250 circa, a seguito di triplice visione rivelatrice ad un pio sacerdote cassanese, avvenne la scoperta dell'immagine della "Madonna degli Angeli", affrescata su una parete della grotta naturale posta sulla Murgia di Cassano.

L'affresco rinvenuto nella grotta rappresenta la Vergine Maria, ritratta a mezzo busto, con il capo reclinato, mentre cinge il fianco del bambino e con il braccio destra sembra indicarlo. L'immagine sembra delimitata da una sottile cornice dipinta.

L'ambiente sotterraneo, uno spazio unico, è stato modificato nel tempo. All'interno sono stati rinvenuti resti paleontologici di grandi animali, tra cui elefanti. Dopo un lungo abbandono, la grotta era stata adibita a cisterna. Nel 1885 è stata riscoperta e poi affidata al culto. Sullo stesso affresco sono visibili rimaneggiamenti ascrivibili al diciannovesimo secolo.

«La religiosità popolare che si è sviluppata attorno al quadro della Madonna scoperto nella grotta è stato determinante per lo sviluppo della città. Le comunità di monaci hanno intrattenuto rapporti sociali e commerciali con il centro abitato, come dimostrano i testi di alcuni canti cassanesi», spiega la professoressa Maria Simone, presidente emerito del Club per l’Unesco di Cassano responsabile del club Unesco di Cassano. Aggiunge: «Il patrimonio storico religioso si lega a una Murgia diversa da quella che conosciamo. Gli ambienti ipogei non sono considerati monumenti culturali, ma meritano di essere tutelati perché sono luoghi in cui la storia si è depositata attraverso la stratificazione, non solo naturale, ma anche culturale e del tempo umano».

La struttura del Convento di Santa Maria degli Angeli

Pozzo, Facciata del convento, Cappellone del crocifisso, il chiostro del convento, il faro, affresco della grotta, le ossa e segni geologici, presepe, crocifisso con i particolari, i confessionali, il coro e il presbiterio e l'immagine della madonna.

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Perché visitare il Convento di Santa Maria degli Angeli

L'elemento chiave del rapporto tra il Convento e la città di Cassano Murge è la sua posizione rispetto al centro abitato. Cassano si trova ai piedi del gradone Murgiano e il convento è sul primo livello del gradone, in linea con la collina Santa Lucia. «Questo fattore lo pone in maniera dialogica con il paese – spiega Simone – Funge da punto di osservazione della pre-Murgia: nei giorni di sereno si arriva a intravvedere Castel del Monte. A tutti gli effetti è un elemento di connessione tra Cassano e tutto il territorio pugliese».

Oltre alla posizione, anche il faro votivo le leggende collegate al luogo giocano un ruolo importante. La storia del pioppo del Beato Giacomo da Bitetto narra la trasformazione di un bastone, appartenuto al mistico, trasformatosi in un pioppo secolare.

Inoltre, sin dal 1482 su questo punto alto della città veniva acceso un falò, una sorta di faro ante litteram pensato per guidare i naviganti verso il porto di Bari. Nel 1954 gli Agostiniani, che gestiscono ancora oggi il Convento, vollero costruire un faro votivo mariano per indicare a tutti il cammino che porta verso la struttura, e quindi verso Dio e la Vergine Maria. «Oggi i Convento di Santa Maria degli Angeli potrebbe diventare meta di turismo lento e sede per eventi».

Palazzo Miani-Perotti

Cassano non ha un castello che racconta la storia di avvicendamenti di potere e dominazioni. Il racconto è affidato al Palazzo Miani-Perotti, una costruzione nata nel cuore del Paese, ristrutturata dall'architetto Carabellese, che ha scoperto le origini romane del fabbricato. Secondo la professoressa Maria Simone «è un'occasione importante per rileggere un passaggio della storia dell'intero territorio premurgiano, ex feudo dipendente da Acquaviva».

Il nome Miani omaggia il committente, che chiede a Vincenzo Ruffo, allievo di Vanvitelli e Bibbiena, di progettare il palazzo nel 1766. A volerne la costruzione furono i fratelli sacerdoti Domenico e Angelo de Nunzio, che intorno al 1795 donarono il fabbricato a Domenico e Angelo Miani, loro nipoti. Qui per anni ha vissuto la scrittrice Voluptas, nome d'arte di Fulvia Miani Perotti, fondatrice della scuola di arti e mestieri della città e madre di Armando Perotti, personaggio storico chiave per il Meridione. Il palazzo faceva parte del patrimonio dotale di Fulvia Miani.

Alla morte dei Miani Perotti, nel 1935, la costruzione passò a Ernesto e Ferdinando Carignani, i nipoti che all'epoca si trovano a Roma e che decisero di donare lo stabile al comune. Ad oggi il Palazzo Miani Perotti è sede della biblioteca intitolata ad Armando Perotti.

Alla fine degli anni Ottanta è stato commissionato un restauro conservativo del palazzo, che ha permesso di leggere tracce ed evoluzioni della storia cittadina ed architettonica. Si è scoperto che l'intero stabile era nato in modo completamente diversa, annettendo diverse casupole che facevano parte del centro storico. Segni tangibili di questa funzione toponomastica era la vasca di decantazione dell'olio, databile intorno al Dodicesimo secolo. Ignazio Carabellese, docente di restauro architettonico, ha lasciato che queste tracce fossero leggibili nel palazzo.

Al primo piano ci sono piccoli vani, con spazi abitativi di diverse altezze. «Qui si legge l'unione di due ali di diversa appartenenza, ma unite da un arco grande – spiega Simone – Sono trasformazioni avvenute nel corso degli anni dalla struttura originaria fino a quella del tempo moderno». Il sottotetto è destinato alla pinacoteca: qui ci sono tracce di pavimentazione Settecentesca. Nella stanza Alessandrelli, al primo piano, si ritrovano i pavimenti maiolicati sempre di tradizione Settecentesca.

A dare maggiore spinta alla visibilità di questo tesoro architettonico dovrebbe essere l'apertura della strada che collega due settori urbani altrimenti scollegati, via Sanchez. Proprio qui, il 20 gennaio 1989 è stato rinvenuto un lembo di pavimentazione musiva, monocroma a tessere quadrangolari, di pietra calcarea, intervallati irregolarmente da frammenti uniformi di marmo colorato di dimensioni maggiori. La sovrintendenza archeologica della Puglia ha sottolineato l'importanza dell'artigianato specializzato risalente al I sec a.C. che testimonia il ritrovamento e che è presente in tutte le aree interne della Puglia centrale.

«L'edificio appartiene a diverse epoche e unisce vicende costruttive di varie entità. Ci dice anche qualcosa delle generazioni che lo hanno abitato. Ma non sono nostre: sono del territorio, noi le custodiamo soltanto».

facciata, vasca dell'olio, schermo dove hanno trovato i reperti del primo secolo, locali piccolini, e pavimenti sala Alessandrelli e sottotetto pavimenti pinacoteca. Poi immagini perotti e fulvia miani con albero genealogico.