Tanti amici che hanno conosciuto o visto i film opera del tenore Gino Sinimberghi, mi hanno chiesto di scrivere argomenti ed episodi concernenti la sua attività artistica.
Penso che Sinimberghi sia un nostro concittadino acquisito, per la sua costante presenza nel nostro paese, soprattutto per aver sposato una nostra concittadina dal nome di famiglia “Ingravalle”; ringrazio l’amico Mimì Papagni per l’esatta informazione datami, il quale reputo essere un’enciclopedia storica del nostro paese.
Gino Sinimberghi nasce a Roma il 26 agosto 1915 e muore il 30 dicembre 1996. Studia canto lirico al conservatorio Santa Cecilia e nel 1936 vince il secondo posto al concorso internazionale di canto a Vienna. È scritturato per un periodo di sei anni al Teatro dell’Opera di Berlino e al tempo stesso firma un contratto di quattro anni con la Deutsche Grammophon; all’età di ventisette anni viene chiamato a Roma dal grande direttore Tullio Serafin per il debutto al Teatro dell’Opera nel Barbiere di Siviglia di Rossini.
Nella sua lunga carriera ha cantato opere tedesche e italiane con direttori come Paul Hindemith e Von Karajan, con cantanti prestigiosi come Callas e Gobbi; è stato il cantante che ha interpretato il maggior numero di film opera grazie alla sua fotogenia e al suo fascino: era il classico attore cantante. Il suo timbro di voce era di tenore lirico, il cosi detto bel canto, specialista nelle opere di Rossini, Bellini, Donizetti; in molti film opera in cui era richiesto un tenore di potenza, la sua voce era doppiata. Era rimasto fedele al suo repertorio per non danneggiare la sua voce con opere non idonee alle sue qualità vocali.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente in tre occasioni: la prima, avevo circa dieci anni, Sinimberghi venne a Bisceglie per presentare un film opera “La favorita di Donizetti” e a fine proiezione cantò delle romanze accompagnato da un pianista, tutto si svolse nel vecchio teatro Garibaldi; poi fu la volta del Politeama, luogo di tanti cari avvenimenti, in cui fu rappresentata “Tosca” con Sinimberghi mattatore, col teatro e il loggione stracolmo, con persone in piedi.
L’ultima volta che ho visto Sinimberghi a Bisceglie fu negli anni sessanta, in ricorrenza della festa patronale: stavo nei pressi della cassarmonica aspettando che l’orchestra lirica sinfonica iniziasse il programma. All’epoca si usava che il lunedì della festa, oltre alle famose bande, si esibiva l’orchestra lirica sinfonica di Bari, diretta da un bravo direttore, un ottimo musicologo, per tanti anni direttore artistico del Petruzzelli, Carlo Vitale. Notai seduto a un tavolo il professor Giuseppe Dell’Olio, in quel periodo viveva a Roma, il quale si alzò dal tavolo dirigendosi verso un gruppo di persone e salutarsi cordialmente con Gino Sinimberghi; dopo un breve colloquio si diressero entrambi presso la cassarmonica, dove Vitale si accingeva a iniziare il sunto dell’opera. Vitale, vedendo Sinimberghi al suo cospetto, rimase meravigliato e contento e dopo uno scambio di poche parole, lo stesso maestro annunciò che il noto tenore Sinimberghi avrebbe cantato un’aria d’opera; improvvisamente le persone che passeggiavano nei dintorni, si avvicinarono alla cassarmonica. Cantò “E lucean le stelle" dalla Tosca e a fine romanza ci fu un caloroso applauso da parte di tutti i presenti. Rivolsi lo sguardo verso il professor Dell’Olio e notai che era commosso e felice.
In quel periodo Sinimberghi era molto conosciuto anche da chi non era un esperto o appassionato di lirica. Motivo di tale fama fu senza dubbio un film con Sinimberghi, Lollobrigida e Gassman, “La donna più bella del mondo”, visto da tanti e che ancora oggi è mandato in onda da tante televisioni: tratta della biografia di un soprano, Lina Cavalieri, passato alla storia per la sua bellezza ma anche per la vita piena di stenti inizialmente, poi la gloria e la ricchezza e in conclusione una brutta fine. A questo punto vale la pena raccontare i fatti salienti della sua vita. Lina Cavalieri nasce a Viterbo nel 1874 da una famiglia poverissima, fa i lavori più umili pur di riuscire a studiare canto. A soli quattordici anni raggiunge Roma e debutta in vari teatri di varietà di terz’ordine tra cui uno malfamato di Piazza Navona. Poi passa a un teatro famoso in quel periodo “Salone Margherita” e ammirata per la sua bellezza, raggiunge Parigi, ingaggiata come vedette alle “Folies Bergeres” e al “Moulin Rouges”. Corteggiata da personalità importanti, si dice avesse rifiutato sdegnosamente le attenzioni di un Marajà. Ha due matrimoni clamorosi: il primo marito è un principe russo, Aleksandr Bariatinsky, che ricopriva un’alta carica alla corte dello Zar; la Cavalieri lascia il palcoscenico, ma dopo un po’ di tempo, la nostalgia artistica la soccombe e comincia a studiare canto lirico. Nel 1900 risucchiata dal vortice del palcoscenico, getta alle ortiche il matrimonio e debutta al San Carlo di Napoli in “Boheme”. Poi in America, al Metropolitan di New York si esibisce con tanti famosi cantanti, in particolar modo con Enrico Caruso. Nel frattempo, sempre in America muore suo marito, e si risposa con un artista ricchissimo, il pittore Robert Winthrop Chanler, ma il matrimonio non avrà storia.
Nel giro di una settimana ritorna sul palcoscenico (diceva bene Puccini, l’arte è una malattia). La bella favola della Cavalieri finisce in tragedia: nel 1944, è vittima di un bombardamento aereo mentre è nella sua villa a Poggio Imperiale presso Firenze. Muore all’età di settant’anni.