‘WALDEN’ di H.D.THOREAU

la felice esperienza di un giovane uomo che, voltate le spalle alla città, sperimenta una vita di pace e di meditazione a contatto con la natura.

Luciana De Palma Il lettore comune
Bisceglie - giovedì 09 marzo 2017
copertina libro
copertina libro © BUR

L’esperienza diretta è sempre il miglior terreno in cui la memoria di un uomo o di una donna possa affondare le proprie radici, sorbendo così il meglio della linfa, affinché l’albero della vita cresca e, di stagione in stagione, siano floride le chiome e incessanti i suoi frutti.

L’autore di questo libro volle vivere la più incredibile e invidiabile delle esperienze: sulle sponde del lago Walden, nello stato americano del Massachusetts, egli costruì con le proprie mani una casetta in cui visse per due anni, dal luglio 1845 al settembre 1847. All’epoca Thoreau aveva trent’anni e la decisione di lasciarsi alle spalle la città, con i suoi traffici, i suoi rumori, i suoi tentacoli, le sue contraddizioni, fu forte e irrevocabile.

Il destino, egli pensava, è opera di chi lo plasma e la natura, lungi dall’essere il nemico, è la sola via per riaffermare l’unicità e la meraviglia della propria anima.

I suoi sensi colgono i colori e le forme e le distanze e le oscillazioni emotive che salgono alla superficie della sua coscienza attenta e nello stesso tempo capace di abbandonarsi al mistero. Le variazioni di luce e di riflessioni e di percezioni e di prospettive non si annunciano, ma arrivano e piacevolmente sconvolgono le abitudini acquisite in una vita di automatismi, in cui ogni passione è stata penosamente prosciugata.

Thoreau descrive con allegria e leggerezza questa sua vita a contatto con il fruscio del vento tra gli alberi, con le scorribande delle luce dentro e fuori e intorno la sua casetta, con il cielo e i suoi umori, con gli odori, con le difficoltà, con le scoperte e, infine, con la soddisfazione di provare la felicità nella solitudine e nel silenzio.

Persino le relazioni umane con i residenti della zona limitrofa al lago Walden furono caratterizzati da più profonda vicinanza e da intima accoglienza. 

Un chiaro senso di benessere e d’amore spira in tutte le pagine, quasi che la vita avesse smesso di essere solo ‘sopportabile’ per divenire autentica materializzazione della felicità.

Dall’altro lato è infinitamente apprezzabile la purezza di Thoreau che in nessun caso, in nessuna pagina, si erge a moralizzatore dei costumi o tantomeno a maestro di vita.

Egli racconta, descrive, rivela i suoi sentimenti, dichiara la sua scelta: l’unico intento di questo suo scritto, per sette volte revisionato prima d’essere pubblicato, è stato quello di condividere un’esperienza unica, ma condivisibile e niente affatto irripetibile.

E questa scelta è ancora di più apprezzabile se si considera il contesto storico in cui è stata fatta: in quegli anni l’America era sconquassata dalle lotte per la colonizzazione interna, dai conflitti contro i nativi e contro i messicani, dalle tensioni dovute alla pratica della schiavitù, dal progresso tecnologico che sbocconcellava, senza tanti complimenti, quanto restava del vecchio ritmo di vita, lento e naturale.

Ritornato in città, l’esperienza condotta sul lago Walden, in completa aderenza alla natura e ai suoi valori, concimò le menti e le anime di coloro a cui, attraverso libri e conferenze e saggi, Thoreau si rivolse.

Neppure l’incarcerazione, a cui l’autore fu condannato a causa del mancato pagamento di una tassa di guerra, inibì la sua appassionata difesa della bellezza e della verità, dell’armonia e del buon senso.

Quanto a noi, è possibile che lo stridore ferruginoso di questa nostra epoca abbia definitivamente soffocato l’eco dei passi di Thoreau quando passeggiava nel bosco o la cadenza della sua vanga, usata per lavorare nel suo piccolo orto? O, ancora, è davvero possibile che non giunga a noi neppure un accenno del suo respiro, quieto e soddisfatto, mentre, a fine giornata, contemplava le acque del lago Walden?

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