‘BARTLEBY lo scrivano’ di H. Melville

uno strambo scrivano, dal compassato quanto misterioso riserbo, scombina la routine in uno studio legale di New York.

Luciana De Palma Il lettore comune
Bisceglie - giovedì 23 febbraio 2017
Copertina libro
Copertina libro © Rizzoli

In questo racconto Melville è ben lontano dal descriverci la mirabile epopea di un capitano di nave che lotta contro un’enorme balena bianca. Apparso per la prima volta nel 1853, quest’opera non ha nulla di eroico né di memorabilmente leggendario: Melville sembra essersi allontanato da ogni prospettiva di gloria o di tutto ciò che potrebbe vagamente somigliarle.

Il protagonista è Bartleby, appunto, un uomo che, fin dalla sua comparsa, ci appare mite nella sua persino eccessiva parsimonia di parole. Dopo aver risposto ad un annuncio di lavoro, è subito assunto in un noto ufficio legale di New York da un avvocato che è anche il narratore della storia. 

La figura di Bartleby, squallida e impacciata, spicca tra gli altri impiegati come un carciofo tra i tulipani: non potrebbe essere più distante dall’onorevole decoro dimostrato dal primo all’ultimo dei suoi colleghi d’ufficio, superiore compreso.

Eppure non riusciamo, pagina dopo pagina, ascoltando quello che di lui veniamo a sapere, dal racconto puntuale del narratore, a non affezionarci a lui tanto che possiamo anche comprendere la misera parte che egli ha scelto di vivere in questo mondo.

Anche i suoi gracili, ma ostinati dinieghi nello svolgere altri compiti che siano diversi dal suo, inizialmente ci paiono condivisibili e, nel nostro animo, sentiamo di sostenere la sua causa. Risoluto, Bartley, assunto in qualità di copista, rifiuta qualunque altra mansione: non può che attirarsi tutte le nostre simpatie.

Ovviamente il suo principale, così come gli altri impiegati, sono sempre più sconcertati da quella risposta, secca e pronunciata a fior di labbra: ‘Preferirei di no’.

Questa frase comincia, lentamente, a presentarsi in tutte le pagine successive, ossessiva, maniacale, frustrante. E la frustrazione, che dapprima era stata solo del narratore-avvocato, diventa anche la nostra. Nient’altro, se non questo ‘Preferirei di no’, sboccia dalle lebbra di Bartleby, come un fiore dai petali in procinto d’appassire.

Solo e soltanto queste parole che non chiariscono, che non confortano, che non illuminano.

Accortosi, e non senza orrore, che la frase che Bartleby replica all’infinito, è diventata anche la sua, l’avvocato, per disfarsi di quest’impiegato che ormai non è più di nessun aiuto nel lavoro per cui era stato assunto, decide di licenziarlo.

Questo, però, non è l’ultimo atto di un dramma la cui evoluzione è un capolavoro di mistero che brillantemente si alterna ad un innegabile sentimento di empatia che continuiamo a provare per Bartleby, del quale non possiamo non voler conoscere la fine.

Molte interpretazioni sono state date di questo racconto breve, nessuna è stata più convincente delle altre.

Resta il sospetto che attorno a noi si sia combattuta una battaglia di cui, sorprendentemente, siamo riusciti a ignorare il frastuono rimbombante dei colpi.

Gli echi dello scontro, però, non sono stati ancora portati via dal vento e le orme dei nostri passi sono ancora chiare e fresche sul terreno. Cosa fare, allora? Inseguire la battaglia e tentare di contribuire alla vittoria o tappare le orecchie della nostra vecchia coscienza e, come l’avvocato che aveva assunto Bartleby, dire: Ah, Bartleby! ah, umanità!’?.

 

 

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