‘BOUVARD E PECUCHET’ di Gustave Flaubert

Due buontemponi si affannano intorno all’immenso scibile umano, cercando di organizzarlo compiutamente.

Luciana De Palma Il lettore comune
Bisceglie - giovedì 10 marzo 2016
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Pubblicato postumo, nel 1881, questo romanzo è il testamento culturale di Flaubert che gli dedicò gli ultimi cinque anni della sua vita, concentrandovi, sotto forma di spietato sarcasmo, tutta la sua riluttanza per i pomposi ambienti accademici.

Attraverso le avventure, dense di umor nero e di grottesca enfasi, dei due protagonisti, i cui nomi danno il titolo all’opera, Flaubert dipana una verità di sconcertante contemporaneità, riflettendo sia sul valore da attribuire allo scibile umano sia sul significato della ricerca della conoscenza.

Bouvard e Pecuchet, due uomini di mezza età, entrambi copisti, s’incontrano per caso  e subito, confrontando esperienze e propensioni, scoprono di condividere molto più di quanto inizialmente avevano creduto; soprattutto sono accomunati da un profondo amore per l’agricoltura.
Avversando la vita di città ed aspirando ad un’esistenza di armonia con la natura, finalmente realizzano il sogno e assecondano le loro inclinazioni quando, grazie ad un’improvvisa eredità ricevuta da Bouvard, hanno la possibilità di trasferirsi in una vera fattoria, con tanto di animali da accudire, di terre da coltivare, di aria buona da respirare.

L’idillio, però, si sgrana in fretta e il sogno s’incrina: le difficoltà pratiche tracimano tutte le aspettative, i tormenti azzerano tutte le rosee previsioni. Chi avrebbe potuto immaginare quanta fatica, quanto sudore, quanto patimento covavano sotto la chimera di un’arcadia allettante? Troppi inconvenienti, troppi assilli, troppe complicazioni, troppa incredibile delusione smussa il sogno bucolico e i due sono così costretti ad abbandonare l’onirica speranza per dedicarsi ad altro.

Da questo momento in poi non ci sarà materia, argomento, scienza, interesse a cui Bouvard e Pecuchet non dedicheranno tutte le loro energie, tutto il loro entusiasmo, la loro dirompente vitalità, salvo, poi, dopo aver affastellato conoscenze, accatastato discussioni, aver fatto incetta di libri e di dibattiti senza fine, ritrovarsi al punto di partenza. I dilemmi restano tali nonostante interminabili dibattiti, i dubbi rimangono insoluti nonostante le decine di libri letti, il buio non si rischiara nonostante accesi confronti, accurate investigazioni e acute analisi.
I loro interessi passano dalla medicina alla geologia, dalla chimica alla politica, dalla letteratura alla grammatica, dalla ginnastica alla magia. Non sono trascurati gli studi sulla pedagogia, sullo spiritismo, sulla  psicologia e sulla storia.
E perché non curarsi anche della religione, dell’etica e delle scienze?

Gli studi, a cui indefessamente si dedicano, sono poderosi, approfonditi e meticolosi, confrontando testi, saggi, scritti di ogni genere e di ogni autore, trascorrendo ore e giorni a ricavare dettagli utili per definire antiche questioni e per dare soluzioni a logore diatribe. Non sono neppure risparmiati esperimenti pratici, quasi scientifici, per poter confermare una volta per tutte ciò che era stato smentito o, al contrario,  per smentire ciò che era stato asserito.
Il problema più grave si pone, però, ogni qualvolta i due, dopo aver letto e riletto libri, esaminato testi e analizzato studi, giungono individualmente a conclusioni diametralmente opposte circa un argomento sul cui esame si erano tuffati.
 

Come è possibile che i libri, scritti anche da autori tra essi contemporanei, dichiarino  verità contrastanti, addirittura in completa antitesi l’uno con l’altro? Chi dichiara il falso? Su quale studioso bisogna fare affidamento?

Ogni volta Bouvard e Pecuchet sono costretti ad abbandonare il campo con più domande e più dubbi, nonostante la mole di libri letti.
Flaubert, che nell’ombra manovra i suoi due protagonisti, ci fa intuire che, per quanto immenso sia lo scibile umano e per quanto sconfinate siano le possibilità della conoscenza, introducendoci, dopo aver egli stesso letto più di millecinquecento volumi solo per scrivere questo romanzo, in una miriade di assiomi accademici, di teoremi intellettuali, di asserzioni meditate e coscienziose, alla fine ci si ritrova persi in una miriade di ragionamenti contraddittori, di ridicoli sillogismi e di conclusioni sconclusionate.

Tra fanatismi culturali, mancanza di rigore scientifico e residui di ataviche credenze, una luce chiarificatrice fatica ad emergere e non c’è una traccia sicura su cui stabilire una solida concordanza tra il bisogno di sapere e un ordine preciso del sapere stesso.

Nel seguente brano ecco un gustoso esempio del sistematico sgretolarsi della bellezza della ricerca a cui Bouvard e Pecuchet s’erano bonariamente appigliati. Li troviamo nei pressi della località Hachettes, dove ‘s'imbatterono in spugne, terebratule, orche, ma del coccodrillo neppure l'ombra! In mancanza di meglio, sperarono almeno in una vertebra d'ippopotamo o d'ittiosauro, un osso qualunque dell'era del Diluvio; quando scorsero contro la scogliera, ad altezza d'uomo, il rilievo di un pesce gigantesco. Discussero sui mezzi per prenderlo. Bouvard lo avrebbe staccato dall'alto, mentre Pécuchet, in basso, avrebbe demolito la roccia per farlo scendere adagio, senza rovinarlo’. Quando si furono ripresi, videro nella campagna, sopra le loro teste, un doganiere con il mantello, che faceva gesti imperiosi. "Ma non seccarci!” e continuarono il loro lavoro. Ma il doganiere riapparve, in un valloncello più in basso, e si sbracciava dando ordini: lo presero in giro! Ormai il corpo ovale prendeva rilievo sotto l'esile coltre di terra, spenzolava, stava per sgusciar fuori. All'improvviso comparve un altro individuo, con la sciabola. "I passaporti!". Era la guardia campestre in perlustrazione; e nello stesso istante era arrivato giù per una forra il doganiere. "Li fermi, papà Morin! O la scogliera crollerà!". "Si tratta di uno scopo scientifico", rispose Pécuchet. In quell'istante franò un mucchio di terra, sfiorandoli tutti e quattro così da vicino, che ancora un poco e sarebbero morti’.

Ciò che resta è sempre un mucchietto di enigmi insoluti, così come dopo uno spettacolare falò resta una manciata di cenere.
E il nichilismo letterario di Flaubert prorompe in tutta la sua disfattistica portata nel Dizionario dei luoghi comuni, posto alla fine del romanzo, in cui è stato sommato tutto ciò che la cultura dovrebbe confutare, ma che poi finisce desolatamente per assecondare.
‘BIONDE:  Più calde delle brune (vedi BRUNE).
BRUNE:  Più calde delle bionde (vedi BIONDE).
IMBECILLI: Tutti quelli che non la pensano come noi
STAMPA: Scoperta meravigliosa. Ha fatto più male che bene’.

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